domenica 27 luglio 2008

Emergenza idrica ad Agrigento: "Signuruzzu chiuvìti, chiuvìti..."

Avevo 10 anni quando (e parlo degli anni Cinquanta) trasportavo, a braccia con la “quartara”, l'acqua al terzo piano della mia abitazione a piazza Cavour e la pesante brocca d'argilla, piena, era quasi più alta di me.
Oggi, a sessant'anni di distanza, è cambiato poco o niente in materia di emergenza idrica ad Agrigento. Unico fatto nuovo: gli agrigentini non trasportano più l'acqua con le “quartare”, con le “giarre” o con i “bummuliddi” ma con i bidoni di plastica: il progresso almeno ci ha portato questo, la leggerezza dei contenitori, anche se noi Siciliani abbiamo pagato e paghiamo un prezzo troppo alto in termini di inquinamento delle coste e dell'aria provocato proprio dalle multinazionali del petrolchimico e dell'energia.
Non è cambiato niente, dunque. Alla guida della nostra città si sono alternati decine di sindaci, quasi sempre democristiani o ex democristiani. Mai un sindaco donna (se non ricordo male). Ben quattro agrigentini sono stati presidenti della Regione siciliana: Giuseppe La Loggia, Angelo Bonfiglio, Angelo Capodicasa e Totò Cuffaro. Abbiamo anche avuto ed abbiamo agrigentini in posti di ministro. Sta di fatto che i nostri rubinetti sono asciutti oggi come allora.
Il nostro attuale giovane Sindaco, Marco Zambuto, vista la rapidità con cui Silvio Berlusconi ha risolto l'emergenza “monnezza” di Napoli, ha creduto bene di rivolgersi al Primo Ministro: chissà che non faccia il miracolo anche ad Agrigento. E sapete chi ha avuto il coraggio di irridere alla proposta del Sindaco? Proprio quel Capodicasa che è stato governatore della nostra Regione e con gli altri politici agrigentini (di destra e di sinistra) porta sulle spalle la responsabilità del fallimento totale delle scelte governative in materia di emergenza idrica, almeno per quanto riguarda la nostra provincia. Dice Capodicasa l'emergenza idrica è cosa diversa dall'emergenza monnezza. E chi lo può negare? Ma sono molte le analogie che hanno portato al fallimento delle due emergenze. Per entrambe sono stati spesi miliardi (di euro), i presidenti delle due regioni hanno avuto spesso poteri speciali e la nomina a commissari straordinari governativi. Sia in Sicilia che in Campania (almeno fino all'arrivo di Bertolaso) erano stati fatti affluire e sperperati copiosi fiumi di denaro per appalti miliardari e consulenze d'oro, ma le emergenze (almeno per la Sicilia) sono tutte qui: e ad Agrigento in modo più drammatico che per le altre zone dell'isola.
Capodicasa afferma che sono stati appaltati e costruiti nuovi invasi, nuove bretelle di collegamento tra un invaso e l'altro, nuove reti idriche di distribuzione di ciò che i giornalisti amaramente hanno preso a definire da anni “il prezioso liquido”. Ma Capodicasa ci dice che tutto ciò non basta se le precipitazioni atmosferiche nell'anno sono scarse. Ergo se i nostri rubinetti restano a secco (dico i nostri perché in nessun'altra parte della Sicilia si soffre la penuria d'acqua che soffriamo noi) non ci resta che prendercela con il cielo. Ma con chi esattamente? Certo non con Giove Pluvio, che deve essere fortemente inc****to con noi agrigentini da quando Cuffaro e Capodicasa hanno avuto l'infausta idea di voler costruire un rigassificatore nella Valle dei Templi proprio accanto al tempio di Giove. O forse è meglio rivolgersi alla Madonna, come ci suggeriva Totò Cuffaro qualche tempo fa? Chissà, magari potremmo metterci in processione, come fanno a Caltabellotta nei periodi di siccità, e salmodiare in coro l'antica preghiera-filastrocca:
"Signuruzzu, chiuvìti, chiuvìti"
"Ca li terri sunnu morti di siti"
"Però mannàtini una bbona"
"Senza lampi e senza trona..."
Gaetano Gaziano

9 commenti:

maorinho(piccolo maori) ha detto...

Capodicasa e Cuffaro santi subito!
Mandiamoli a quel p...aradiso, così dal cielo ci manderanno abbondanti piogge...

un prete di campagna ha detto...

Ho le mie entrature nelle alte sfere gerarchiche del Vaticano e posso assicurarvi che il processo di beatificazione per S.Angelo Capodicasa e S.Totò Cuffaro è gia iniziato...

Anonimo ha detto...

Bene ricordando il diritto canonico vuol dire che sono morti...

Maori ha detto...

Da noi piove quasi sempre, tante volte per mesi interi. Quando proprio non vuole smettere, il nostro chief “ Te Riparatu” ci ordina di ballare l’Haka (come quella che gli All Blacks eseguono prima di ogni partita di rugby), per invocare i nostri Avi di concederci un po’ di sole. Ecco il testo:
Kia mate!, Kia mate!, Ka ora!, Ka ora!
Totu lurikku, tutu nguadagnu
Tenei kapu kasa, bonu mpu statu
Kakasui, Kakatui, Akrigassi, Kakavui!
Totu vovoti, ekku ka voti
Totu vo upane, ka upane
Totu vohoro, ekku ka oro
Pikkiwi nciveni nkorpu, ka ora!, ka ora!
Traduzione
La morte!, la morte!, per sempre!, per sempre!
Il sole e’ sparito, per sempre andato
La terra allagata, i frutti persi
(nomi dei nostri Antenati)
Il sole ci manca, per sempre ci manca
Il sole splende, la vita
Il sole restera’, per sempre restera’
E nostri kiwi fioriranno, per sempre!, per sempre!
Purtroppo, anche dopo molti di questi balli, la pioggia continua, anzi……
Quindi provate voi Agrigentini a ballare L’Haka, magari la potrete cambiare in “Hakwa”.

maorinho(piccolo maori) ha detto...

Sei meraviglioso Papà-Maori! Non finisci mai di stupirmi anche per la tua cultura antropologica. Io sono ancora un piccolo e inesperto combattente maori, ma toglimi una curiosità la traduzione che hai fatto del rito dei nostri antenati è letterale o ad minchiamaori?

Maori ha detto...

Maorinho,
La prossima volta che fai la doccia, guarda il tuo corpo con molta attenzione ed avrai la risposta alla tua domanda. Noi Maori siamo grandi in tutto.

Obiettivo ha detto...

“Meno rischi con i rigassificatori”
di Federico Rendina


Nucleare comunque lontano, se mai tornerà in Italia. Solo i rigassificatori, nel frattempo, potranno salvarci da una crisi energetica ancor più dura. Perché se andremo avanti così, con la nostra dipendenza senza pari dal metano che importiamo via tubo in massima parte dall’Algeria e dalla Russia, il rischio quantità-prezzo ci strozzerà. E anche se il gas non mancherà (nuovi intoppi nel transito dall’Ucraina permettendo) le impennate dei prezzi petroliferi trascineranno immancabilmente le sue quotazioni. Ecco che l’unica carta da giocare in tempi brevi è proprio quella della differenziazione-competizione delle forniture, costruendo un buon numero di rigassificatori di Gnl, il metano liquefatto da importare via nave.

È una diagnosi densa di valutazioni e moniti quella che viene dall’Istituto Leoni in un paper presentato in un convegno a Roma. Sullo sfondo c’è un quesito politico-normativo non di poco conto. “Ha senso liberalizzare quando siamo accerchiati dalle trame monopolistiche di chi vorrebbe invadere l’Europa usando il gas come arma di geopolitica?”. La risposta è sì, assolutamente sì, ma la nostra struttura di approvigionamenti dovrà cambiare profondamente per non farci strangolare anche così, incalzano gli analisti dell’istituto torinese. Che auspicano una vera liberalizzazione della filiera del gas proprio all’insegna della differenziazione.

Difficoltà a liberalizzare a monte (nei giochi dei grandi fornitori)? Guai a farne una scusa per non liberalizzare a valle, rivedendo le regole nazionali. Chiaro il riferimento allo strapotere dell’Eni. Perché se è vero che il nostro monopolista naturale si è mosso bene in Italia e all’estero, è anche vero che in un sistema di mercato “il concetto di monopolio naturale è criticabile” incalzano gli analisti di matrice liberale, delusi dal compromesso trovato dai partner dalla Ue sull’unbundling delle reti metanifere, rinviando a chissà quando l’obbligo di una separazione proprietaria.

Strozzati nelle forniture, frenati dai monopoli interni sui gasdotti. L’Italia, con la sua dipendenza record, paga più di ogni altro il duplice vincolo. Ecco perché conviene ampiamente cavalcare la crescita mondiale del Gnl. Più costoso nelle componenti industriali pure, che tuttavia stanno recuperando efficienza e convenienza. Tanto da vantare una buona competitività già oggi, con questi prezzi delle materie prime. Pronto dunque a liberare in pieno il suo “triplice vantaggio”.

Il vantaggio più evidente: la diversificazione delle fonti di approvigionamento. Il secondo: maggiore flessibilità, perché “una nave gasiera può essere dirottata verso altri lidi, ammesso che esista un numero sufficiente di terminali di liquefazione e rigassificazione, in ragione dell’eventuale maggiore domanda emersa sui mercati spot” e poi perché “nel medio termine favorisce l’imporsi di un numero di rotte alternative e in competizione tra loro”.
Terzo vantaggio: si riduce “di molto il numero di Paesi di transito ii quanto il metano non deve più attraversare tutte le nazioni tra il giacimento e il luogo di consumo, ma solo quelle che separano gli impianti di liquefazione e rigassificazione, e questo disinnesca parzialmente il rischio politico”.

Ce lo dice, del resto, il mercato mondiale. Nel 2007, a fronte di 550 miliardi di metri cubi di gas trasportati via pipeline, le metaniere hanno movimentato 226 miliardi di metri cubi, poco meno della metà. Ciò grazie a 29 impianti di liquefazione, 58 terminali di rigassificazione e 226 metaniere. E nei prossimi quindici anni – rileva il paper – si prevede un incremento medio annuale stabile sull’8 per cento, fino a raggiungere scambi di Gnl per 650 miliardi di metri cubi nel 2020.

Certo, esiste tuttora un problema di “raccordo” tra infrastrutture di liquefazione (molto costose) nei paesi produttori e di rigassificatori (più semplici da realizzare) nei paesi di destinazione. Ma già oggi “la possibilità di affacciarsi a diversi mercati permette a paesi geograficamente distanti dai maggiori bacini di consumo di competere in modo efficace per una fetta di domanda mondiale maggiore che in precedenza”. È il caso di Iran, Kazakistan, Arabia Saudita, Qatar, Turkmenistan e Australia, che insieme contano oltre la metà delle riserve di gas del pianeta.
Ecco che “la diversificazione delle forniture e l’ammissione di un numero maggiore di concorrenti per il rifornimento dei diversi bacini di consumo, conduce a una maggiore competitività del mercato, stimolando i processi di liberalizzazione avviati in Europa e in altre aree geografiche” conclude il paper.

Da Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2008

Gaetano Gaziano ha detto...

@obiettivo che precede: tutte bellssime considerazioni di geopolitica. Ma possono mai giustificare la collocazione di un rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi al confine della Valle dei Templi e a 500 metri da un asilo nido, quando i maggiori esperti di antiterrorismo-compreso il consulente di Bush- dicono che vanno costruiti lontanissimi dai centri abitati? Le persone di buon senso hanno anche proposto: perché non farlo off-shore come a Livorno e a Rovigo?
Visto che sei così "obiettivo" perché non giri questa proposta a quelli dell'Enel (se mai ti risponderanno). Business is business, my dear!

Maori ha detto...

Rispetto ľopinione di obiettivo, ma ľobiettività è quasi sempre opinabile.
Noto con piacere che L’Haka comincia a produrre risultati (i nostri: suggerirò al mio chief che invece dell’Haka dovremmo provare con “Signuruzzu, chiuvìti, chiuvìti), e che risultati!. Il Sole non solo splende, ma addirittura per 24 Ore. Questi profeti della rivelazione economica fatta di “dipende da…”, “è difficile fare un pronostico…”. Questi analisti che ti fanno i conti in tasca, ma pronti a smentire se a Berlusconi questi conti non tornano, e che ľunica cosa che li distingue dai gamberi è che i gamberi, quando sono cotti, hanno almeno il buon gusto di arrossire. Ebbene, con questa loro baldanza scrivono colonne e colonne per dimostrare che, statistiche in mano, fra i cannibali non ci sono vegetariani; per calcolare con precisione che non basta riformare il calendario per accorciare il periodo di gravidanza; e per dire che il petrolio non basta ed abbiamo anche bisogno di metano, scrivono dei veri saggi di prosa, contornati di monti e di valli, di fonti e di lidi. Che scoop, ragazzi!! Il vero problema, come scrive Gaetano Gaziano, è dove costruire questi “rigassificatori di Gnl” (sic), come dire: ľorganizzazione delle nazioni unite delľONU. Ma loro sono economists mica ambientalists, per loro ‘business is not just business, is mainly their business, depends where the whisky comes from”. E nel caso dei rigassificatori il whisky potrebbe arrivare dalľ Enel, o da vasa-vasa, o dal p....aradiso.